Vuelta a España 2022: la Spagna ride, l’Italia piange

La sesta tappa della Vuelta a España 2022 ha emesso due verdetti attesi, uno dei quali addirittura sin troppo scontato: il ciclismo spagnolo ha ormai imboccato una rinascita che si annuncia prorompente, quello italiano resta in uno stato di sonno profondo e non si intravede il minimo barlume di risveglio.

La Spagna non ha di certo attraversato anni facili nel ciclismo, anzi possiamo dire che nel passato recente se la sia passata molto peggio rispetto all’Italia. Il ritiro di Alberto Contador, avvenuto nel 2017, aveva lasciato un vuoto incolmabile. L’ultimo, grande trionfo del ‘Pistolero’ risale al Giro d’Italia 2015 (quando Fabio Aru giunse secondo alle sue spalle), poi da quel momento gli iberici sono entrati in un periodo complicato, nel quale gli unici risultati di spessore sono maturati grazie ad Enric Mas con due podi alla Vuelta: quest’ultimo è stato più volte indicato dallo stesso Contador come un suo potenziale erede, sebbene sin qui non abbia rispettato appieno le elevate aspettative.

Grazie a Mas, però, la Spagna è stata quantomeno competitiva nei Grandi Giri, mentre da tempo permane il problema delle Classiche: ad oggi un successore di Alejandro Valverde non esiste e non è un caso che gli iberici, prima di ieri, non vincessero una tappa tra Giro, Tour e Vuelta da due anni.

Eppure, almeno per le corse di tre settimane, era solo questione di tempo. La rinascita sembrava inevitabile: non un discorso di “se”, ma di “quando”? Juan Ayuso ha giganteggiato nelle categorie giovanili, venendo subito ingaggiato dalla UAE Emirates (che di fenomeni se ne intende…) a 17 anni, prima di vivere una prima parte di stagione 2021 di apprendistato tra gli U23 con l’italiana Colpack Ballan, dove ha raccolto trionfi a raffica, con tanto di Giro U23 dominato. Dal 15 giugno dello scorso anno il passaggio tra i professionisti a tutti gli effetti. Ayuso è un predestinato, la UAE è convinta che possa raggiungere presto il livello di Tadej Pogacar: in effetti tanti giurano che in allenamento lo spagnolo riesca a tenere bene la ruota del fuoriclasse sloveno in salita. Classe 2002 (compirà 20 anni a settembre), il catalano è uno scalatore che si difende egregiamente a cronometro ed è dotato anche di uno spunto veloce di tutto rispetto. In Spagna, da tempo, i media locali lo hanno individuato come l’erede naturale di Alberto Contador. Per quanto visto oggi sul Pico Jano, l’ipotesi che Ayuso possa chiudere sul podio la sua prima corsa a tappe appare tutt’altro che peregrina.

Meno sotto i riflettori rispetto a Juan Ayuso è Carlos Rodriguez, di un anno più ‘anziano’ rispetto al connazionale. Eppure siamo di fronte ad uno scalatore puro dalle qualità indiscutibili, quest’anno già sul podio alla Volta a la Comunitat Valenciana e 4° alla Vuelta a Burgos, nonché 5° alla classica di San Sebastian (se la cava egregiamente nelle corse di un giorno con percorsi impegnativi, anche se non è veloce come Ayuso in caso di arrivi a ranghi ristretti). Rodriguez è stato coltivato dalla Ineos, ma dal 2022 vestirà i colori della spagnola Movistar, il cui obiettivo è quello di farne un corridore in grado di giocarsi il Tour de France. Sulla carta Ayuso sembra avere qualcosa in più rispetto a Rodriguez, ma non è detto a fine carriera avrà vinto di più: la storia ci insegna come spesso siano proprio i meno attesi a conseguire i risultati migliori.

Insomma, dopo un lustro di patimenti, la Spagna ora gongola: sa di avere tre corridori da corse a tappe, di cui uno nel pieno della maturità (in fondo Mas ha solo 27 anni e chissà che l’edizione in corso della Vuelta non possa proiettarlo finalmente come vincente dopo i due secondi posti del 2018 e 2021) e due agli albori della carriera. Gli iberici sono a posto per il prossimo decennio e possono legittimamente sognare (non nell’immediato, ma tra qualche anno) di prendere il posto della Slovenia come nazione egemone nei Grandi Giri (scettro che in precedenza era toccato alla Colombia e, prima ancora, alla Gran Bretagna e, per un breve periodo, anche all’Italia quando poteva contare su Vincenzo Nibali e Fabio Aru).

Se la Spagna ride, di sicuro l’Italia piange. E sono lacrime ogni giorno più amare. La constatazione che il Bel Paese sin dalla partenza di una corsa di tre settimane non possa in alcun modo ambire non solo al podio, ma sovente anche alla top10 della classifica, è una ferita lancinante. Nell’ultimo Giro d’Italia ci avevano salvato i veterani Vincenzo Nibali (4°) e Domenico Pozzovivo (8°): un immenso fuoriclasse di quasi 38 anni che a fine stagione appenderà la bici al chiodo e un professionista serissimo che all’alba delle 40 primavere fa ancora la sua più che dignitosa figura. Entrambi vanno ringraziati e non si può di certo mettere loro la croce addosso se in questa Vuelta non sono competitivi. Il problema è che davvero non c’è nessuno alle loro spalle. Non vogliamo ripeterci, ne abbiamo parlato spesso, eppure il vuoto pneumatico permane.

In questa Vuelta è presente Antonio Tiberi, da tempo indicato come uno dei possibili salvatori della Patria. Al di là che non sia al meglio per una caduta rimediata nelle ultime settimane, sin qui il romano si è messo in luce da professionista solo in corse minori, come ad esempio il Giro di Ungheria. E che dire poi dei vari Andrea Piccolo (che sta provando a rilanciarsi dopo svariate vicissitudini), Giovanni Aleotti, Kevin Colleoni, Alessandro Fancellu, Samuele Battistella: tutti ragazzi promettenti, ma sin qui quasi sempre in ombra nel mondo dei professionisti. Si può obiettare che i ragazzi italiani spesso necessitino di più tempo per maturare rispetto agli stranieri. Ci può stare, ma è innegabile come a casa nostra non si intraveda nessun potenziale fenomeno. Da noi non c’è un Ayuso, un Bernal, un Vingegaard, un Evenepoel, un Pogacar, ma neanche un Bardet, un Landa o un Gaudu. Insomma, non solo mancano i fuoriclasse, ma anche i buoni corridori che possano almeno ambire ad una top5 o top10. Manca proprio tutto. Chi può rilanciare il ciclismo italiano in tempi brevi? La risposta di getto che ci sentiamo di darvi è: nessuno. Davvero fatichiamo ad intravedere un solo corridore su cui riservare le speranze per un salto di qualità nel breve o medio periodo. Quanto vorremmo sbagliarci…Il discorso è sostanzialmente molto simile per le Classiche: non osiamo immaginare quanto alta possa essere la quota degli scommettitori riservata agli italiani in vista dell’imminente Mondiale in Australia…

Su strada ci resta solo la cronometro, con Filippo Ganna che guida una pattuglia di ragazzi interessanti come Edoardo Affini e Matteo Sobrero: troppo poco. Consoliamoci con il ciclismo su pista e, soprattutto, con il settore femminile, dove l’Italia è invece la nazione n.1 in assoluto. Per il resto, non ci resta che piangere.

Foto: Lapresse

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